7 Settembre 2026

LA PARTE PIÙ DIFFICILE DI UNA LETTURA DI TAROCCHI NON SONO SEMPRE I SIGNIFICATI

Leggere i Tarocchi per gli altri significa molto più che conoscere i significati delle carte. Scopri cosa cambia quando la lettura diventa un vero consulto.

Quando ho iniziato a lavorare con i Tarocchi, il mio primo terreno di esplorazione sono stata io.

Per mesi li ho utilizzati per conoscermi, per osservare ciò che accadeva dentro di me, per portare alla luce pensieri, emozioni, paure e desideri che magari non riuscivo ancora a mettere bene a fuoco. Più lavoravo con le carte, più mi rendevo conto della profondità che poteva avere questo strumento e della potenza delle consapevolezze che riusciva a far emergere.

E così, quasi spontaneamente, a un certo punto è arrivato anche il desiderio di condividere tutto questo con gli altri, di iniziare a leggere i Tarocchi ad altre persone e accompagnarle in quello stesso viaggio di esplorazione che stavo facendo io.

L'intenzione c'era, la passione anche, ma tra desiderare di leggere per qualcuno e trovarsi davvero una persona davanti c'era un passaggio che, in quel momento, ancora non conoscevo.

La mia prima lettura per un'altra persona

L'occasione si presentò molto presto: un mio caro amico, proprietario di uno stabilimento balneare, aveva visto che su Instagram iniziavo a condividere alcune delle mie riflessioni sui Tarocchi e un giorno mi chiese se leggessi anche le carte e se volessi fargli una lettura.

Accettai, ma insieme all'entusiasmo arrivarono immediatamente mille dubbi:

E se avessi sbagliato qualcosa?

Se avessi deluso le sue aspettative?

Se non fossi riuscita a portare a termine la lettura?

Cosa mi avrebbe chiesto? Se avesse voluto delle previsioni, cosa avrei risposto?

Tutti questi pensieri si avvolgevano nella mia testa, ma nonostante tutto accettai. Forse perché eravamo amici, forse perché avevo già una naturale capacità di ascolto e di empatia, alla fine la lettura andò abbastanza bene e il mio amico mi propose addirittura di organizzare una serata di letture nel suo stabilimento.

E lì cominciò la vera prova.

La mia prova del fuoco

Questa volta avevo veramente paura. Non avrei saputo in anticipo chi si sarebbe seduto davanti a me, cosa mi avrebbe chiesto, che tipo di aspettative avrebbe avuto. Ero quasi certa che sarebbero arrivate domande predittive e io, già allora, sentivo una forte resistenza verso quel tipo di lettura.

Come avrei gestito tante persone? Come avrei risposto alle richieste di previsione? Come avrei affrontato quelle domande che cercavano di entrare nella vita degli altri?

Se mi fossi fatta dominare dalla paura, probabilmente avrei rifiutato. Invece decisi di andare lo stesso perché volevo mettermi alla prova, e fu davvero una prova del fuoco.

Come immaginavo, molte persone arrivarono con domande come:

“Il mio ex tornerà da me?”

“Loro due sono felici insieme?”

“Si lasceranno?”

“Il mio lavoro andrà bene?”

In pratica, tutti i miei timori si stavano materializzando davanti a me. Eppure fu proprio quella sera che iniziai a comprendere qualcosa che avrebbe profondamente influenzato il mio modo di lavorare con i Tarocchi negli anni successivi.

Dietro una domanda c'è una persona

Davanti a quelle richieste percepii molto chiaramente la fragilità e la vulnerabilità delle persone che avevo davanti. Mi resi conto che dietro il bisogno di sapere se qualcuno sarebbe tornato, se una relazione sarebbe finita o se qualcosa sarebbe andato bene, c'era molto altro: c'erano i loro bisogni, le loro paure, i blocchi, i desideri e, molto spesso, la sensazione di non avere alcun potere su quello che stava accadendo, insieme al bisogno di ricevere dall'esterno una risposta capace di calmare, almeno per un momento, quell'incertezza.

E compresi che non sarebbe servito a nulla giudicare quelle persone per il tipo di domanda che stavano facendo. Non potevo pretendere che fossero loro a sapere come utilizzare i Tarocchi in un modo diverso.

La professionista, in quella situazione, ero io. Non loro.

Erano venute da me con il loro modo di conoscere e immaginare i Tarocchi, con le loro aspettative e con le domande che in quel momento riuscivano a formulare. Il mio compito non era giudicarle perché chiedevano una previsione, ma accogliere quella domanda e, allo stesso tempo, riuscire ad accompagnarle verso un'altra prospettiva, riportando gradualmente la loro attenzione da ciò che era completamente fuori dal loro controllo — ciò che avrebbe fatto un'altra persona, ciò che sarebbe accaduto nel futuro — verso qualcosa che potesse restituire loro uno spazio di consapevolezza e di azione.

Perché molto spesso la domanda che viene pronunciata non è ancora la vera domanda. Dietro quella domanda possono esserci una paura, un bisogno, un desiderio o qualcosa che la persona non riesce ancora a mettere a fuoco, ed è anche compito del lettore imparare ad ascoltare ciò che c'è oltre le parole.

Questa è stata una delle prime grandi lezioni che ho imparato leggendo per gli altri.

Non basta aprire il mazzo: bisogna aprire uno spazio

Man mano che le persone si avvicendavano al mio tavolo, iniziai a capire che prima di entrare nella lettura era importante spiegare che cosa avremmo fatto e che cosa potevano aspettarsi da me: uno spazio di ascolto e di esplorazione, non semplicemente una previsione sul futuro o un'escursione nei fatti altrui.

Quando questa cornice diventava chiara, qualcosa cambiava. Le persone iniziavano a comprendere il tipo di lavoro che avremmo fatto e io potevo aiutarle a trasformare alcune delle loro domande, spostandole progressivamente verso di loro. Per esempio, invece di “Tornerà?” ci spostavamo su “Perché desidero tanto che torni?”

All'epoca lo facevo ancora in maniera molto intuitiva, quasi istintiva, e non avevo ancora costruito il metodo che utilizzo oggi, ma cominciavo a comprendere quanto fosse importante preparare il consulto prima ancora di iniziare a leggere le carte.

Capii anche un'altra cosa che ancora oggi considero fondamentale: una persona che viene da noi per una lettura ha bisogno di poter parlare.

Per questo sono sempre stata molto lontana da quell'approccio alla lettura che inizia con:

“Non mi dire niente, altrimenti mi influenzi.”

Personalmente non ho mai sentito che fosse quello il mio modo di lavorare, perché se impedisco alla persona di raccontarsi, di verbalizzare quello che sta vivendo, di condividere dubbi, emozioni e pensieri, sto eliminando una parte preziosissima del consulto. Questo oggi è un punto fondamentale del mio modo di insegnare in Accademia tarocchi per la Vita®.

A volte il semplice fatto di mettere in parole un problema davanti a qualcuno che ascolta senza giudicare permette già di iniziare a osservarlo da una prospettiva diversa. Esternare quello che si sta vivendo crea uno spazio tra la persona e il problema e, proprio in quello spazio, può iniziare a emergere qualcosa che prima non riusciva a vedere.

Il consultante, nel mio modo di intendere la lettura e di insegnarla, non può quindi essere soltanto il destinatario passivo di quello che io vedo nelle carte. Ha bisogno di essere parte attiva del consulto, di poter parlare, riconoscersi, interrogarsi e portare la propria voce accanto a quella dei simboli.

Perché la lettura non dovrebbe togliere potere alla persona, ma aiutarla, poco alla volta, a riprenderlo.

Quando una lettura parla di tutto e non approfondisce nulla

Naturalmente, capire tutto questo non significava ancora sapere come farlo. Ero agli inizi e nella conduzione di una sessione ero ancora molto acerba.

Ci furono molte volte in cui mi sentii a disagio perché la persona continuava a insistere su domande predittive, chiedeva fatti estremamente circostanziati, tempistiche precise oppure voleva sapere cosa stesse accadendo nella vita di qualcun altro. Tutto questo andava contro il modo in cui sentivo di voler utilizzare i Tarocchi e spesso mi ritrovavo trascinata dentro un tipo di lettura che non mi apparteneva, invece di riuscire a condurre la sessione verso qualcosa di più profondo.

Altre volte arrivava una domanda dopo l'altra: amore, lavoro, ex, futuro, soldi, un'altra relazione... e alla fine la lettura rischiava di parlare di tutto e di niente. Mancava un filo, mancava un focus e soprattutto mancava la possibilità di fermarsi davvero su qualcosa e approfondirlo.

La persona magari se ne andava con una serie di risposte, che potevano tranquillamente essere anche sbagliate, senza però aver compreso cosa potesse fare concretamente rispetto alla situazione che aveva portato. Io, dall'altra parte, terminavo quelle letture frustrata, stressata e profondamente stanca, con la sensazione che tutta quell'energia impiegata non avesse prodotto il tipo di impatto che desideravo creare.

Fu lì che iniziai a capire che qualcosa doveva cambiare.

Non volevo fare letture che lasciassero una persona con dieci risposte in più e lo stesso senso di impotenza con cui era arrivata. Volevo che potesse uscire dalla sessione avendo visto qualcosa di sé, avendo compreso meglio ciò che stava vivendo e, possibilmente, riconoscendo quale parte poteva avere lei nel cambiamento.

Ma per riuscirci non bastavano l'empatia, la conoscenza delle carte o una buona intuizione. Avevo bisogno di un metodo: quello che insegno oggi!

La parte che nessuno mi aveva insegnato

Ed è qui che incontrai un problema: nessuno dei corsi che avevo frequentato fino a quel momento aveva realmente affrontato questo aspetto, la gestione del consulto e il rapporto con il consultante.

L'attenzione era quasi sempre concentrata sulle carte, su come interpretarle, come combinarle, come leggerne i simboli, come costruire o utilizzare una stesa. Tutto fondamentale, naturalmente, ma io continuavo a farmi un'altra domanda: e la persona?

Perché era alle persone che avrei letto i Tarocchi. Come avrei dovuto rapportarmi a loro? Come creare uno spazio in cui potessero sentirsi accolte senza trasformarmi nella loro salvatrice? Come ascoltare senza giudicare? Come utilizzare le parole con attenzione? Come evitare che le mie convinzioni personali entrassero nella loro storia? Come gestire una domanda che non era coerente con il mio approccio? Come impedire che una sessione diventasse una successione infinita di domande senza un filo? Come accompagnare una persona verso qualcosa di utile senza decidere per lei cosa fosse giusto fare?

Questa parte così umana, delicata e complessa della lettura, per me, era ancora un mistero.

E così cominciai a cercare anche fuori dal mondo dei Tarocchi.

Dai primi tentativi alla costruzione di un metodo

Negli anni successivi ho studiato, sperimentato e attinto anche ad ambiti differenti, in particolare alla formazione nel coaching, per poi adattare, trasformare e integrare ciò che poteva essere realmente utile all'interno della pratica tarologica.

Non volevo trasformare una lettura di Tarocchi in una sessione di coaching. Volevo comprendere come creare una relazione professionale e uno spazio di ascolto che permettessero alle carte di diventare uno strumento realmente utile per la persona che avevo davanti.

Ho iniziato così a dare sempre più importanza a ciò che accade prima della lettura: alla chiarezza del mio approccio, al primo contatto, alla comprensione della richiesta e alla preparazione della sessione.

Oggi, per esempio, utilizzo (e condivido con i miei studenti) un questionario preliminare che mi permette di conoscere la situazione che la persona desidera esplorare, i suoi dubbi, le domande che porta e ciò che vorrebbe ottenere dalla lettura. Questo significa che, quando la incontro, il consulto in qualche modo è già cominciato: ho letto le sue parole, mi sono fermata sulla sua richiesta e ho preparato il mio lavoro pensando a lei.

È un po' come dissodare il terreno prima di piantare un seme: quando arriva il momento della lettura, esiste già uno spazio preparato per accogliere ciò che emergerà.

E questa preparazione cambia anche il modo in cui la persona arriva alla sessione, perché percepisce fin dall'inizio che non sta acquistando semplicemente “delle risposte dalle carte”, ma sta entrando in un processo costruito con cura in cui è subito parte attiva.

Dalla confusione a una direzione

C'era poi un'altra domanda che continuava a tornare nel mio lavoro: come evitare che una lettura fosse dispersiva?

Se volevo che i Tarocchi fossero uno strumento di consapevolezza e trasformazione, non potevo semplicemente passare da una domanda all'altra senza sapere dove stessi accompagnando la persona. Avevo bisogno di un filo, di una mappa, una struttura capace di partire da ciò che la persona stava vivendo e accompagnarla progressivamente più in profondità.

Volevo poter partire dalla situazione che portava, comprendere ciò che realmente desiderava, riconoscere ciò che poteva ostacolarla, far emergere le risorse che magari non stava vedendo e arrivare, quando possibile, a qualcosa che potesse essere portato nella vita concreta.

Perché per me la consapevolezza è preziosa, ma diventa trasformativa quando può incontrare anche una scelta, un'intenzione o un piccolo movimento.

È da questa ricerca, e da anni di pratica successiva, che ha preso forma quello che oggi nel metodo Tarocchi per la Vita® è diventato un vero e proprio modo di costruire e condurre la sessione, attraverso una struttura che non serve a irrigidire la lettura, ma a darle una direzione e che, proprio perché offre una base solida, permette di lasciare spazio alla persona, alle carte e a ciò che emergerà nell'incontro.

Il valore di una lettura non sta nel numero di risposte

Questa trasformazione ha cambiato profondamente anche il mio modo di percepire il valore di una lettura.

All'inizio potevo pensare che offrire di più significasse rispondere a più domande, leggere più carte, dare più informazioni o cercare di soddisfare ogni curiosità portata dal consultante. Oggi penso quasi il contrario.

Il valore non sta nella quantità delle risposte, ma nella qualità dello spazio che siamo in grado di creare, nella preparazione che c'è dietro, nell'ascolto, nella capacità di riconoscere ciò che si nasconde dietro una domanda, nella cura con cui costruiamo una lettura su quella persona invece di applicare indistintamente lo stesso schema a chiunque, nella responsabilità con cui utilizziamo le parole e nella capacità di non alimentare dipendenza dalle risposte, ma di restituire alla persona uno spazio in cui possa riconoscere il proprio potere.

Ed è anche questo, per me, che distingue una lettura fatta con passione da una pratica professionale.

Non perché la seconda debba essere più fredda, più rigida o meno intuitiva, ma perché il metodo permette, al contrario, di essere ancora più presenti. Quando esiste una struttura, non dobbiamo utilizzare tutte le nostre energie per capire ogni volta come gestire ciò che sta accadendo e possiamo dedicarle a ciò che conta davvero: ascoltare la persona, osservare le carte e accompagnare il processo che si sta creando.

Se tornassi a quella sera allo stabilimento...

Se oggi potessi tornare da quella me seduta al tavolino dello stabilimento balneare, circondata da persone che chiedevano “tornerà?”, “si lasceranno?”, “come andrà?”, probabilmente la guarderei con molta tenerezza.

Non sapeva ancora come gestire tutto quello che stava accadendo, ma aveva già intuito qualcosa di fondamentale: dietro le carte c'erano le persone, ed era lì che avrebbe dovuto imparare a guardare.

Molte delle cose che oggi fanno parte del mio approccio umanistico e che insegno all'interno dell’Accademia Tarocchi per la Vita® sono nate anche da esperienze come quella, dalle difficoltà che incontravo, dalle domande alle quali le mie formazioni di allora non avevano dato risposta e dalla necessità di cercare altrove, sperimentare, sbagliare, osservare, adattare e, nel tempo, costruire un modo di lavorare che riuscisse a tenere insieme ciò che per me non poteva essere separato: le carte, il lettore e la persona che abbiamo davanti.

Conoscere profondamente i Tarocchi è fondamentale, ma quando decidiamo di metterli al servizio degli altri arriva un momento in cui dobbiamo imparare qualcosa che va oltre il significato di una carta. Dobbiamo imparare a creare uno spazio, ad ascoltare senza giudicare, a non sostituirci alla persona, a restare presenti e a dare una direzione alla lettura senza imporre una direzione alla vita di chi abbiamo davanti.

Ed è forse proprio lì che, almeno per me, inizia davvero il mestiere del Tarologo.

Se anche tu intendi questo mestiere in alla stessa maniera, c'è un posto in cui tutto quello che ho imparato in 10 anni di pratica e studio si è fatto metodo e struttura. Questo posto sarà presto pronto ad accogliere chi desidera intraprendere la strada della Tarologia umanistica.

Si chiama Accademia Tarocchi per la Vita® e per sapere quando aprirà di nuovo le sue porte ci si iscrive alla Lista d'attesa... Ti aspetto!

Manuela Angelini

Lettrice e insegnate di Tarocchi

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