COME GESTIRE UN CONSULTO DI TAROCCHI: DALLA LETTURA DELLE CARTE ALLA RELAZIONE

Settembre porta con sé, quasi naturalmente, un cambio di passo.

Durante l’Agosto Tarologico siamo partite da qualcosa di molto intimo: l’incontro con le carte. Abbiamo iniziato dalla carta del giorno, abbiamo esplorato la lettura intuitiva, ci siamo orientate nella struttura del mazzo e, infine, siamo arrivate a mettere più carte insieme e a leggere una stesa.

È stato un viaggio che, in parte, ha ripercorso una parte importante del primo livello dell’Accademia Tarocchi per la Vita®: quello che io chiamo “Io e il mazzo”.

Prima di leggere per qualcuno dobbiamo imparare a stare davanti alle carte. Dobbiamo conoscerne il linguaggio, certo, ma soprattutto imparare ad ascoltarle, creare connessioni, lasciare spazio all’intuizione senza perdere struttura e costruire, nel tempo, una relazione personale con il nostro mazzo.

Poi, però, arriva un momento in cui tutto questo incontra qualcun altro e lì qualcosa cambia.

Possiamo conoscere molto bene i significati degli Arcani, riuscire a leggere una stesa con fluidità e sentirci perfettamente a nostro agio quando leggiamo per noi stessi o quando ci esercitiamo.

Eppure, quando davanti a noi siede una persona reale, con la sua storia, le sue aspettative, le sue emozioni, le sue domande e magari anche le sue paure, possiamo improvvisamente sentire che conoscere le carte non basta più, perché non ci siamo più soltanto noi e il mazzo. Adesso ci siamo noi, il mazzo e il consultante.

Ed è proprio qui che inizia un altro livello della pratica tarologica.

Quando non ci siete più soltanto tu e le carte

Una delle cose che ho osservato più spesso nelle persone che iniziano a leggere i Tarocchi per gli altri è che molte insicurezze emergono proprio in questo passaggio.

Non necessariamente perché non conoscono abbastanza bene il mazzo.

A volte il problema è esattamente il contrario: hanno studiato, conoscono le carte, hanno fatto esercizi e stese, eppure davanti all’idea di una vera sessione iniziano ad affacciarsi domande completamente diverse.

E se mi chiede qualcosa a cui non so rispondere?

E se arriva con una domanda molto predittiva?

E se vuole sapere cosa pensa, prova o farà un’altra persona?

E se mi fa una domanda chiusa e io non so come trasformarla senza darle la sensazione che sto evitando di rispondere?

E se, mentre parla, mi accorgo che la stesa che avevo immaginato non è più quella giusta?

E se non so quale mazzo scegliere?

E se giro una carta e improvvisamente non mi viene in mente nulla?

Ma ci sono anche paure più sottili, che riguardano non tanto le carte quanto ciò che accade nella relazione.

E se la sua storia mi tocca personalmente?

Se mi ricorda qualcosa che ho vissuto anch’io?

Se non sono d’accordo con le sue scelte?

Se mi accorgo che sto cercando di convincerla, rassicurarla o proteggerla?

Se, senza rendermene conto, sto leggendo quello che vedo nelle carte attraverso le mie convinzioni, le mie ferite, le mie aspettative o la mia esperienza personale?

E ancora: come faccio a dire qualcosa di delicato senza condizionare la persona? Quanto devo parlare? Quanto spazio devo lasciare? Quando approfondire? Quando fermarmi? Come concludere una lettura che ha fatto emergere qualcosa di importante?

Sono domande molto diverse da: “Cosa significa questa carta?”

Ed è proprio questo il punto.

Non hai bisogno di studiare altri significati

Quando iniziamo a sentirci insicure nella lettura per gli altri, una delle prime reazioni può essere quella di tornare a studiare.

Un altro libro, un altro corso, altri significati, altri schemi di stesa da memorizzare.

Come se, accumulando abbastanza informazioni, prima o poi riuscissimo a prevedere tutto ciò che potrebbe accadere durante una sessione.

Ma un consulto non può essere controllato completamente, perché dall’altra parte c’è una persona.

E una persona non è uno schema.

Può arrivare con una domanda e scoprire, grazie al Tarologo, che quella domanda ne nasconde un’altra. Può emozionarsi. Può contraddirsi. Può raccontarti qualcosa che cambia la prospettiva della lettura. Può riconoscersi profondamente in una carta oppure non riconoscersi affatto. Può portare resistenze, aspettative, bisogno di conferme.

Per questo molte delle insicurezze che emergono quando iniziamo a leggere professionalmente per gli altri non si risolvono soltanto conoscendo meglio i Tarocchi. Si risolvono imparando a gestire il consulto.

A creare una cornice, a sapere dove siamo e che cosa stiamo facendo, a riconoscere ciò che appartiene alla persona che abbiamo davanti e ciò che, invece, si sta muovendo dentro di noi, a restare presenti anche quando non possiamo sapere in anticipo che cosa accadrà.

Il metodo, allora, non serve a controllare la sessione, serve esattamente al contrario: a creare una struttura abbastanza solida da permetterci di restare aperte a ciò che emergerà.

Un consulto non comincia quando giri la prima carta

Questo è uno dei principi fondamentali su cui lavoriamo nel secondo livello dell’Accademia Tarocchi per la Vita®.

Quando affrontiamo la gestione del consulto, impariamo a guardarlo nella sua interezza, attraverso tre grandi momenti: prima, durante e dopo.

Può sembrare una distinzione semplice, ma cambia profondamente il modo in cui ci prepariamo a leggere per qualcuno.

Molte difficoltà che attribuiamo al momento della lettura, in realtà, nascono molto prima.

Una domanda completamente fuori dal nostro approccio, un’aspettativa che non è stata chiarita, una persona che arriva pensando di ricevere una previsione sul proprio futuro quando noi lavoriamo in tutt’altro modo, una richiesta enorme, che contiene cinque argomenti diversi, una sessione che parte senza una direzione precisa e che, carta dopo carta, diventa sempre più dispersiva.

Quando tutto questo viene scoperto soltanto dopo aver aperto il mazzo, il tarologo può sentirsi costretto a gestire contemporaneamente la relazione, la domanda, le aspettative della persona, la scelta delle carte, la propria interpretazione e magari anche le proprie insicurezze.

Ed è facile pensare: “Non sono abbastanza brava”, “Non ce la farò mai”...

Quando forse ciò che manca non è una maggiore capacità interpretativa, ma una parte del processo.

Ed è per questo che lavorare sul prima, durante e dopo non significa semplicemente mettere ordine nella sessione: significa prevenire a monte molte delle difficoltà che, senza una struttura, rischiano di esplodere proprio nel momento in cui abbiamo bisogno di essere maggiormente presenti.

Prima: preparare il campo con un questionario preliminare

Per me il consulto comincia molto prima della prima carta.

Comincia dal modo in cui una persona entra in contatto con noi, dalle informazioni che riceve, dalla chiarezza con cui raccontiamo il nostro approccio e dal modo in cui iniziamo ad accogliere la sua richiesta.

Nel metodo Tarocchi per la Vita® questa fase ha un’importanza enorme.

Il primo contatto, per esempio, non è soltanto organizzativo. Può già diventare uno spazio in cui iniziare a comprendere cosa sta cercando davvero la persona.

Per questo possiamo utilizzare strumenti come un questionario preliminare che ci permetta di conoscere la situazione che desidera esplorare, i suoi dubbi, le domande che vorrebbe portare e, soprattutto, con che cosa vorrebbe andare via dalla sessione.

Già da queste poche informazioni possiamo iniziare ad ascoltare tra le righe.

Possiamo accorgerci che una domanda apparentemente semplice contiene in realtà un bisogno di rassicurazione, che una richiesta riguarda continuamente ciò che pensa o farà qualcun altro, che la persona cerca una previsione, mentre il nostro lavoro vuole riportarla verso ciò che può comprendere, scegliere e trasformare nel presente.

Possiamo iniziare a comprendere quale potrebbe essere il cuore della sessione, riflettere sulle domande, immaginare come riformularle se necessario, scegliere una struttura di lettura adatta, preparare il nostro spazio e il nostro mazzo e, soprattutto, prepararci interiormente.

Non per decidere in anticipo cosa diremo e neppure per costruire una sessione rigida, ma per preparare il campo.

È qui che molte paure iniziano già a ridimensionarsi, perché non dobbiamo necessariamente aspettare che la consultante si sieda davanti a noi per scoprire tutto e improvvisare ogni passaggio.

Durante: quando la lettura diventa relazione

Poi arriva il momento dell’incontro ed è qui che tutto ciò che abbiamo imparato sulle carte deve diventare vivo.

Durante un consulto non stiamo semplicemente traducendo simboli: stiamo soprattutto incontrando una persona attraverso quei simboli.

Questo richiede ascolto, presenza e la capacità di accogliere ciò che il/la consultante racconta senza correre immediatamente verso una soluzione.

Significa saper fare una domanda quando serve, riformularne un’altra, saper lasciare spazio a un silenzio, approfondire una carta che sta aprendo qualcosa di importante e, se necessario, adattare ciò che avevamo preparato a quello che sta realmente accadendo nella sessione.

Ma significa anche imparare a osservare noi stesse mentre leggiamo, perché nella relazione non entra soltanto il mondo della consultante: entriamo anche noi.

Le nostre convinzioni, le nostre esperienze, le nostre ferite, il nostro bisogno di essere brave e magari anche di sentircelo dire. C'è poi la paura di sbagliare, a volte persino il desiderio di salvare la persona che abbiamo davanti o, al contrario, la tentazione di giudicare alcune sue scelte.

Per questo nel lavoro sulla gestione del consulto dedichiamo molta attenzione alla presenza del tarologo, ossia a quella capacità di accorgerci di ciò che si muove dentro di noi senza lasciare che prenda il comando della lettura.

Questo non significa diventare neutrali, fredde o distaccate, ma essere profondamente presenti senza confondere la nostra storia con quella della persona che abbiamo davanti.

È una competenza relazionale prima ancora che tarologica.

Ed è anche ciò che permette alla lettura di diventare uno spazio di co-creazione.

La consultante non è una spettatrice che aspetta che noi le comunichiamo una verità nascosta nelle carte. Porta le sue sensazioni, le sue intuizioni, ciò che riconosce e ciò che non riconosce.

Il tarologo non deve dimostrare di sapere tutto, né offrire una soluzione pronta.

Piuttosto crea lo spazio di ascolto, accompagna, facilita, tiene il filo.

Le carte diventano uno specchio attraverso cui guardare insieme ciò che sta accadendo.

Ed è qui che la lettura smette di essere una performance in cui dobbiamo “indovinare” qualcosa e comincia a diventare un vero incontro.

Anche le parole fanno parte della lettura

C’è poi un altro aspetto che diventa fondamentale quando iniziamo a leggere per gli altri: la responsabilità delle nostre parole.

Quando leggiamo per noi stesse, possiamo annotare un’impressione, esplorare un’ipotesi, cambiare prospettiva qualche minuto dopo.

Quando davanti a noi c’è una persona che ci sta affidando una parte della propria storia, ciò che diciamo può avere un peso diverso.

Una frase pronunciata con troppa sicurezza può essere percepita come una sentenza o un ordine e “infantilizzare” il consultante, prendendo noi il suo potere decisionale. Un’interpretazione filtrata dalle nostre convinzioni può essere scambiata per una verità. Una risposta data troppo velocemente può togliere alla consultante lo spazio per ascoltare ciò che quella carta sta muovendo dentro di lei.

Questo non significa che dobbiamo avere paura di parlare o pesare ossessivamente ogni parola.

Significa imparare a comunicare ciò che vediamo con presenza, consapevolezza e rispetto, ricordando che il nostro compito non è decidere al posto della persona, ma aiutarla a vedere qualcosa che forse, fino a quel momento, non riusciva ancora a vedere.

Anche questa, per me, è professionalità.

Dopo: ciò che resta quando le carte tornano nel mazzo

Infine c’è un momento che rischiamo facilmente di dimenticare: quello che accade dopo il consulto.

Non necessariamente una sessione deve terminare quando abbiamo letto l’ultima carta. Qualcosa può essere raccolto.

Una lettura può avere aperto molte porte, ma non sempre è utile lasciare una persona davanti a dieci nuove consapevolezze senza aiutarla a riconoscere quale sia il filo più importante da portare con sé.

Per questo anche la chiusura ha bisogno di cura.

Può esserci uno spazio per cristallizzare ciò che è emerso, riconoscere un messaggio centrale, una domanda su cui riflettere, un’intenzione o una piccola azione ispirata che permetta alla consapevolezza nata nella sessione di incontrare la vita reale.

E il “dopo” non riguarda soltanto la consultante, riguarda anche noi.

Dopo una lettura possiamo auto – osservarci e chiederci come siamo state dentro quello spazio. Dove siamo riuscite a rimanere presenti e dove, invece, qualcosa ci ha attivate. Se abbiamo ascoltato davvero o se, in qualche momento, abbiamo iniziato a interpretare troppo velocemente. Se abbiamo mantenuto i nostri confini. Se abbiamo sentito il bisogno di salvare, convincere, rassicurare o giudicare.

Non per analizzare ossessivamente ogni nostra parola o cercare l’errore, ma perché ogni consulto può diventare anche uno spazio di crescita per chi legge.

Ed è proprio per questo che il lavoro non si esaurisce nel momento in cui le carte tornano nel mazzo.

Dalla conoscenza delle carte alla professionalità

Quando ho costruito il secondo livello dell’Accademia Tarocchi per la Vita®, uno degli obiettivi era proprio questo: creare un ponte tra il saper leggere le carte e il saper accompagnare una persona attraverso una lettura.

Sono due competenze collegate, ma non sono la stessa cosa.

Nel primo livello il centro è la relazione tra te e il mazzo.

Nel secondo entra una nuova presenza: tu, il mazzo e il consultante.

È qui che iniziamo a lavorare sulla relazione, sul mindset del tarologo, sul primo contatto, sulle domande, sull’ascolto, sulla presenza, sulle dinamiche che possono emergere durante una sessione, sulla costruzione di stese realmente adatte alla situazione che abbiamo davanti e sulla capacità di accompagnare ciò che emerge senza sostituirci alla persona.

Dentro l’Accademia, naturalmente, tutto questo non rimane teorico.

Lo osserviamo attraverso casi reali e casi studio, esempi, esercitazioni, pratiche e sessioni, perché alcune competenze possono essere comprese con la mente, ma hanno bisogno di essere allenate nella relazione.

Anche per questo che considero questo passaggio profondamente professionalizzante.

Professionalità, infatti, non significa rendere una lettura fredda, rigida o impersonale; potremmo dire, anzi che è quasi il contrario.

Significa creare una struttura abbastanza solida da poter essere davvero presenti.

Sapere quali sono i nostri confini per poter ascoltare senza perderci nella storia dell’altro.

Avere un metodo per non doverci aggrappare al controllo.

Preparare il campo affinché, quando arriverà ciò che non avevamo previsto, possiamo restare lì: con la persona, con le carte e con ciò che sta emergendo.

Il prossimo passo insieme

Se senti che i Tarocchi potrebbero diventare qualcosa di più di una pratica personale, continua a seguire i prossimi contenuti.

E se senti che è arrivato il momento di trasformare il tuo modo di leggere in una pratica più consapevole, strutturata e professionale, puoi iscriverti alla lista d’attesa della nuova edizione dell’Accademia Tarocchi per la Vita®, per ricevere in anteprima tutte le informazioni quando apriranno le candidature!

Manuela Angelini

Lettrice e insegnate di Tarocchi

scopri di più

Categorie

Categorie

Cerca

Sono Manuela Angelini e mi occupo di Tarocchi e consapevolezza.

© 2026 Manuela Angelini Tarot Mentor | P.iva 02425450448 | Privacy Policy | Termini e condizioni | Web Miel Café Design | Photo Daniela Katia Lefosse
cartcrossmenu