
Qualche mattina fa mi sono alzata, ho guardato fuori dalla finestra e mi è venuto spontaneo pensare: oggi c’è proprio un cielo da Dieci di Spade. C’erano nuvole scure, una luce ancora incerta e, dietro quella fascia di cielo più pesante, il sole stava lentamente sorgendo. La scena aveva qualcosa di familiare, come se l’avessi già vista molte volte, e infatti l’avevo vista davvero, solo che fino a quel momento l’avevo incontrata soprattutto dentro una carta.
Poco dopo ho estratto la carta della settimana ed è uscito proprio il Dieci di Spade.
La coincidenza mi ha colpita per un motivo preciso, perché mi ha ricordato ancora una volta che, quando frequentiamo i Tarocchi per tanto tempo, le loro immagini inizino a vivere dentro il nostro sguardo e a restituirci una lettura più ricca della realtà. Le carte diventano un linguaggio visivo che ci accompagna anche fuori dal mazzo, nelle atmosfere, nei paesaggi, nei gesti quotidiani, nei passaggi emotivi, nei momenti della giornata e in quei dettagli che altrimenti attraverseremmo senza fermarci davvero a guardarli.
A un certo punto succede che riconosciamo una carta in un cielo, in una postura, in una scena di vita quotidiana, in una stagione, in una frase pronunciata da qualcuno, e quello che accade è molto interessante perché la relazione tra Tarocchi e vita comincia a diventare circolare. Le carte ci aiutano a vedere meglio la vita e la vita, a sua volta, ci insegna a vedere meglio le carte.
Il Dieci di Spade è perfetto per raccontare tutto questo, perché è una di quelle immagini che rischiamo facilmente di leggere troppo in fretta. La scena, a un primo sguardo, parla disconfitta, conclusione, di stanchezza, di un punto oltre il quale qualcosa non può più essere portato nello stesso modo, eppure sullo sfondo c’è già una luce che si apre, un cielo che sta cambiando, un sole che sta tornando.
Questo dettaglio lo collegava in modo sorprendente alla carta della settimana precedente, che era stata il Sole.
La settimana prima il Sole era alto nel cielo, pieno, centrale, visibile, quasi impossibile da ignorare. Era la carta della vitalità, della gioia, dell’apertura, dell’energia che circola, della parte di noi che desidera stare alla luce. Nel Dieci di Spade, quella stessa luce ha attraversato una notte e si presenta in un’altra fase, più sottile, più bassa sull’orizzonte, ancora parzialmente nascosta dalle nuvole, ma già presente.
Questa continuità mi ha fatto pensare a uno dei temi che mi stanno più a cuore: quello della ciclicità, per me uno dei grandi insegnamenti che possiamo ricevere dai Tarocchi e, più in generale, dall’osservazione della natura.
Siamo abituati a leggere il tempo in modo lineare, come se ogni esperienza dovesse portarci sempre più avanti, come se ogni conquista dovesse essere mantenuta nella stessa forma e ogni passaggio luminoso dovesse durare. La vita, invece, si muove per cicli. Ci sono momenti di espansione, momenti di raccolta, momenti di caduta, momenti di silenzio, momenti di ripartenza. La luce sale, raggiunge un punto, declina, scompare alla vista e poi ritorna.
Il sole stesso ce lo mostra ogni giorno: attraversa il cielo, scende verso l’orizzonte, lascia spazio alla notte e poi riappare all’alba. La sua presenza cambia forma, posizione e intensità, ma appartiene sempre allo stesso ciclo.
Questo è uno dei motivi per cui il passaggio dal Sole al Dieci di Spade mi sembra così significativo: ci ricorda che una fase luminosa non viene cancellata quando entriamo in una fase più complessa. Cambia il modo in cui quella luce si manifesta. A volte la sentiamo pienamente, altre volte la intravediamo appena, altre ancora sappiamo che c’è anche quando non riusciamo a percepirla con chiarezza.
La ciclicità ci invita a riconoscere che ogni passaggio ha una funzione e che nessuna fase contiene tutta la nostra storia.
Una chiusura può appartenere allo stesso ciclo che, poco prima, ci aveva portato entusiasmo. Un momento di stanchezza può arrivare dopo un periodo molto fertile. Una fase di grande chiarezza può essere seguita da una zona più silenziosa, più lenta, più incerta. Tutto questo non annulla ciò che c’era prima e non rende vano ciò che verrà dopo.
Ci sono giorni in cui siamo il Sole alto nel cielo e giorni in cui siamo quella linea di luce che compare appena sotto le nuvole.
Entrambe le immagini ci appartengono.
Quello che trovo prezioso nei Tarocchi è proprio la possibilità di imparare a restare dentro questa varietà senza sentirci obbligati a fissarci in una sola condizione, perché ogni Arcano e ogni carta raccontano un tempo diverso dell’esperienza umana e ci ricordano che possiamo attraversare molte forme di noi stessi nel corso di uno stesso anno, di uno stesso mese, a volte perfino della stessa giornata.
Osservare la ciclicità significa anche ridimensionare l’idea che ogni momento difficile debba essere immediatamente risolto o superato. Alcune fasi chiedono di essere attraversate, comprese, accompagnate, lasciate maturare fino a quando il loro significato diventa più chiaro. Il Dieci di Spade, con quel sole che sta sorgendo, racconta proprio questo punto di passaggio: qualcosa è arrivato al limite, qualcosa si sta chiudendo, e nello stesso spazio una nuova luce ha già iniziato a comparire.
La cosa più interessante è che spesso queste due realtà convivono per un po’.
Possiamo essere ancora dentro una conclusione e percepire già il primo segnale di un inizio. Possiamo sentirci stanchi e intuire che qualcosa dentro di noi si sta riorganizzando. Possiamo avere ancora nuvole davanti agli occhi e accorgerci, quasi nello stesso momento, che il cielo sta cambiando colore.
I Tarocchi ci aiutano a riconoscere questi passaggi perché ci allenano a osservare i dettagli e a dare valore alle sfumature, e quando iniziamo a portarli davvero nella vita quotidiana ci accorgiamo che molte delle immagini che abbiamo studiato per anni erano già intorno a noi.
Erano nel mare quando cambia colore, nella luce che rientra dalla finestra in una certa stagione, nei rami che si spogliano, nelle giornate che si accorciano, nei ritorni, nei distacchi, nei momenti in cui qualcosa sembra fermarsi e in quelli in cui improvvisamente riprende movimento.
Il linguaggio simbolico dei Tarocchi diventa allora un modo per leggere il ritmo delle cose e per ricordarci che ogni fase ha una durata, una forma, una qualità precisa, e che il passaggio da una fase all’altra fa parte della vita quanto la fase stessa.
Questa mattina, guardando quel cielo, ho sentito molto chiaramente tutto questo. Il Dieci di Spade era già lì prima che lo estraessi dal mazzo, dentro un’alba che conteneva ancora la notte e contemporaneamente annunciava il giorno.
E in fondo è proprio questo che fa la ciclicità: ci mostra che ogni fine porta già dentro di sé un movimento verso ciò che viene dopo e che ogni nuova luce nasce da un cielo che, poco prima, era ancora scuro.
I Tarocchi ci aiutano a vedere questi passaggi. La vita ci insegna a riconoscerli.
E forse, quando le due cose iniziano davvero a parlarsi, cominciamo a comprendere che il tempo non procede soltanto in avanti.
Respira, si ritira, ritorna.
E ogni volta ci incontra un po’ diversi.
Sono Manuela Angelini e mi occupo di Tarocchi e consapevolezza.